Burian

il

Sono passati parecchi mesi dall’ultima volta che ho effettuato l’accesso per scrivere qualcosa, e stavolta non per causa della mia pigrizia, ma semplicemente perché non era il momento. Non me la sentivo e non volevo scrivere qualcosa in malo modo.

Sono stato parecchio indaffarato anche in questi mesi (poco vero: ho preferito pedalare e basta).
Comunque, oggi scrivo per raccontarvi di un’enorme cazzata che quasi ci è costata le mani.
Torniamo un po’ indietro nel tempo, lasciamo qui questa afa terribile per andare all’ultima settimana di febbraio. Non so quanti di voi si ricordano di Burian, quel simpaticone di vento russo che per qualche giorno ha reso il clima ticinese simile a quello di The Day After Tomorrow (non ho pagato i diritti, non denunciatemi per la quote PF).
Burian, un nome che già alla sua lettura incute timore.
Burian-Burzum, la differenza è poca, di morti ne hanno fatti entrambi.
Onestamente, in generale non ho mai penato tanto il freddo in bici. Anzi, quest’anno sono stato preso in giro per aver fatto l’inverno con i pantaloni a 3/4… ma cosa vi devo dire , non è colpa mia se sono maschio.
Allora, tutto questo chiosare per dire che noi, sto maledetto freddo artico, lo volevamo festeggiare, come quando si celebra il ritorno di un caro amico da molto lontano. Volevo dare il benvenuto a questo nuovo amico siberiano.

Partiamo da sabato 24 febbraio io e Keith – Il Folle Inglese – ci troviamo al solito bar per il café pre-ride e decidiamo di fare un giro corto, in modo da poter avere il pomeriggio libero per gli impegni da persone adulte. Caffè finito, ci dirigiamo verso Gandria per poi procedere per la Val Cavargna, poco sopra Porlezza.  Passati 10 minuti di salita, siamo già sulla via del ritorno, visto che un raggio della ruota di Keith aveva deciso che lui in Val Cavargna non ci voleva venire. Così, con ruota storta, si torna a casa pensando in quale modo possiamo vendicarci con il destino. Non possiamo certo sprecare un weekend per un maledetto raggio rotto!
L’indomani dovrà essere qualcosa di epico. Arrivati a Lugano ecco che una lampadina si illumina: il Lucomagno è aperto tutto l’anno.
Bene. Domani si va sul Lucomagno.

Preparo tutti i vestiti invernali a mia disposizione, perché non so esattamente che tempo farà e che temperatura farà, non so bene cosa metterò. Meglio portarsi dietro tutto e decidere prima di partire.

È ora di dormire, domani sarà un giorno molto intenso.

06:45, colazione.

Niente più marmellata di castagne: ora ho una nuova droga, la nocciolata senza latte, una sostanza che per piacere e dipendenza è paragonabile solo all’eroina. Dopo essermi sparato un 4-5 fette di burro e nocciolata, e una tazzona di cereali, è ora di prepararsi perché Keith arriva fra poco a prendermi.

Una volta caricato tutto quanto in auto, ci dirigiamo verso Biasca, fermandoci solo per un caffè al volo.

Eccoci, siamo a Biasca, siamo pronti, così tanti strati di vestiti che, in confronto, una cipolla sembra nuda. Alla partenza sta piovendo, ma fa niente, siamo pronti a tutto, tanto andrà sempre peggio, ne siamo convinti.
Sotto gli sguardi increduli degli automobilisti, iniziamo la nostra scalata verso l’ignoto.

Arrivati a Torre l’acqua ha iniziato a mischiarsi alla neve, o si è solamente solidificata per il freddo. Cazzo, nevica e stiamo pedalando, siamo gasatissimi, non ci importa niente della strada bagnata, della temperatura di 5°C , io mi sento un badass. Saliamo sempre di più e le temperature scendono sempre più.

Ci fermiamo ad Olivone solo per poter immortalare questa grandissima cagata che stiamo facendo:

Le temperature sono stabili intorno allo 0°C, la pioggia si è trasformata in nevischio. Siamo tranquilli, dal cartellone capiamo che cosa ci aspetta: continuerà a nevicare. Iniziamo ad immergerci nelle nuvole e la visibilità si riduce nettamente, minchia è Silent Hill, solo il rumore della catena contro i pignoni ed il respiro affannoso.
Adesso inizia ad essere veramente freddo.

Attraversiamo la prima galleria del passo, lo spettacolo che ci si para davanti dopo esserne usciti ci lascia semplicemente a bocca aperta. Un cielo così azzurro da fare invidia ai puffi e neanche una goccia che cade, non un fiocco di neve. Una giornata estiva con 30° di meno.

La strada inizia ad essere molto sporca, obbligandoci a pedalare in mezzo alla corsia o addirittura in mezzo alla strada, rischiando più volte di essere investiti e lanciati in una muraglia di neve.

Come ogni cosa bella, anche questo sole è durato molto poco. Rimpiazzato da nubi composte di neve gelata, freddo e tanto odio, lanciate contro di noi ad una buona velocità. Ma chissenefrega, la regola rimane sempre la stessa. Soffrire a dismisura.

Quasi in cima l’unica cosa di caldo rimasta era la località Acquacalda, perché anche il mio entusiasmo si stava congelando insieme ai gioielli di famiglia. Cazzo, fa veramente freddo. Manca 1km, la strada oramai è una cortina di ghiaccio e neve.

Il vento ci lancia in faccia degli aghi ghiacciati ad una velocità che Usain Bolt è un bradipo a confronto. Ma ci siamo, cazzo, ci siamo. Vedo il cartello, vedo il rifugio. Ce l’abbiamo fatta,  siamo in cima. Proviamo a ripararci dal vento in qualche modo, trovo il coraggio di tirare fuori il telefono solo per scattare una foto, non un minuto di più.

Il Garmin parla chiaro: -10°C effettivi, dalla foto potete ammirare la manica agitata dal vento. Faccio caso ora che è anche dello stesso colore di Keith.
Maledetto inglese. Guardatelo lì come se la ride . Siamo proprio bacati in testa.

Ci vestiamo con tutte le cose che abbiamo, ho addosso 3 paia di guanti ragazzi. Ma tanto è finita no? Beh, non proprio…
Perché dopo i primi 500 metri ti rendi conto che le mani sono congelate sulle leve dei freni, le spalle sono due pezzi di marmo per non cercare di cadere su qualche sputacchio ghiacciato per strada, la faccia è…
cos’è la faccia ? Oramai non la sento più da un po’.

Io ho le lacrime agli occhi, congelate anche quelle , ho così freddo che le estremità mi fanno male. Ho veramente paura di farmi del male. La felicità di quest avventura è sparita, è rimasta soltanto la paura. Non riesco ad andare avanti. La condensa si ghiaccia sul casco, le lacrime si congelano sulle guance. Sto male. Grido al Britannico di fermarci, mi guarda senza risposta come se fosse stato ovvio che ci saremmo fermati. Stava male anche lui.

Ci fermiamo a Campra, fortunatamente il bar della pista di fondo è aperto. Seduti al tavolo non riusciamo a parlare. Non ci guardiamo nemmeno in faccia, siamo troppo concentrati sul male alle mani e ai piedi provocato dallo sbalzo termico. Il sangue sta tornando in circolo nelle dita, ma io me le vorrei tagliare. Quindici minuti di dolore. In un mezzo pianto di dolore guardo Keith e mi metto a ridere dicendogli: “What the fuck were we thinking?” La risposta è stata breve e coincisa: “Pain.”

Dopo i svariati complimenti ricevuti dai fondisti della domenica presenti nel Bar, ritroviamo il coraggio e ripartiamo. Basta, non ci si ferma più fino alla macchina.

È stato assurdo, doloroso e terrificante ma lo rifarei sempre.

Questa avventura mi ha insegnato due cose molto importanti.
Uno, che con la natura non si scherza affatto.
Due, compratevi dei guanti buoni.

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