Cuore.

il

Sono passati tre mesi dall’ultimo articolo, sono veramente pigro.

Non so come, ma ho ritrovato la minima voglia di mettermi a raccontarvi le mie avventure ciclofile, e fidatevi: quest’estate ha dato i suoi frutti.

Vorrei raccontarvi dei tre giorni passati a pedalare nelle Dolomiti, oppure di un giro in solitaria nelle salite di casa, o di quando ho avuto voglia di mare e, partendo da casa, sono andato a mangiarmi la focaccia sulla riviera ligure. Ma tempo al tempo. La storia di oggi viene prima di tutto questo.

Mercoledì 12 Luglio

Io e Richard (si, mi dispiace carissimo, sei sempre tu quello che viene trascinato nelle mie minchiate) decidiamo di fare un bel giro sabato, visto che LA METEO (alla faccia vostra amici italiani, sono svizzero e qua è LA METEO) prevede un sabato asciutto e caldo, magari qualche passo; a Luglio vige la legge del trittico settimanale o non sei nessuno.
Decidiamo per un giro mai fatto da entrambi, partire da Wassen per poi affrontare i passi del Furka, del Grimsel e per finire il Sustenpass, insomma: ordinaria amministrazione.
Tra mercoledì e sabato decidiamo il da farsi, il punto di ritrovo e concordiamo sempre sulle stesse regole, le solite due:
1) Soffrire sempre.
2) Ritrovarsi alla mattina non presto, ma prestissimo.

Perché? vi starete chiedendo – beh, la risposta è semplice: leggete la regola precedente.

Così si decide per un bel ritrovo alle 06:30 presso l’Aldi di Giubiasco. Organizzare una pedalata e pedalare con Richard è sempre bello: all’inizio dice di no a qualsiasi proposta, anche la più facile e banale; poi, con molta pressione psicologica da parte mia, ci si trova a 200km da casa su una cazzo di montagna, senza un vero motivo – se non quello della regola numero 1.

Siamo a venerdì sera, iniziano i preparativi, non posso parlare per tutti ma, personalmente, la sera prima di un bel giro sono sempre un po’ emozionato, un misto di eccitazione e di paura:  non sto nella pelle al pensiero di intraprendere quest’avventura, ma l’ansia di non riuscire c’é sempre. L’uomo col martello può presentarsi dietro ad ogni tornante.
Check-up alla macchina da guerra: freni in ordine, gomme gonfie e cambio impreciso come al solito. La divisa è la solita, ” Nera come l’avvenire” cit. , calzino alto ed ignorante, occhiali e sotto-casco (ormai senza capelli c’è poco da scherzare con il freddo). Tutto pronto. Ora passiamo al vero rituale, 500g di pasta rigorosamente in bianco. Ora devo spiegare ai comuni mortali la relazione che c’è tra il ciclista e la pastasciutta: la quantità mangiabile di pasta è inversamente proporzionata al peso del ciclista. Grazie a questa formula da premio Nobel che Rainer Weiss scansati, il mio corpo da 68 kg non ha problemi a digerire queste quantità di pasta.

Beh, sazio e assonnato, mi trascino a letto, e al posto di contare le pecorelle mi ritrovo a fare un check mentale.

05:00 Suona la sveglia. Siamo veramente pazzi.
Prima che mi svegli completamente mi ritrovo vestito con in mano la sacra fetta di pane, burro e marmellata di castagne. Tre morsi ed è andata, asciugo il doppio espresso. Lavaggio denti e di corsa a caricare l’auto.

All’Aldi raccatto il capellone e partiamo verso Wassen. Preghiamo qualsiasi dio esistente e non in modo da non farci trovare traffico al portale sud. Sarà per qualche entità inesistente, o per l’orario, ma l’autostrada ci si presenta deserta.

08:15 Sabato i ventenni normali a quest’ora tornano dalle serate, o sono in mezzo alla zona REM – ma ad essere normale non ti godi a pieno la vita. Dunque, buongiorno Wassen: noi siamo qua in sella alle nostre bici bestemmiando come dei disperati, perché chi se lo ricordava che per arrivare ad Andermatt la strada è tutta in salita, e che salita. Arrivati sull’altipiano di Hospental possiamo godere del caldo rilasciato dai primi raggi di sole. Non sto qui a raccontarvi dei pochi Km tra Andermatt e Realp perché, come detto in precedenza, si tratta di un altipiano o, traducendo in termini ciclistici, di un piattone di qualche Km. Però mamma mia, che posto magico, tutto circondato dalle montagne. Ogni volta mi sento in soggezione ai piedi di questi giganti: le Alpi, l’anima della nostra nazione.

Eccola davanti a noi: la prima parte della Furkastrasse. Un serpente che si contorce a lato di questa montagna attraverso alpeggi, cascine ed un campo da golf. Si, avete letto bene: un campo da golf. Prima di tutto, ma che cazzo di sport è il golf??? e secondo, ma chi te lo fa fare di andarci a giocare su un campo completamente in salita?
Lasciamo i ricchi con il cappellino di tweed e torniamo a noi. Chiacchieriamo tranquillamente salendo per i primi metri, quando veniamo sorpassati da uno svizzero-tedesco ansimante vestito in lungo in pieno luglio, questo è puro odio, sappiatelo; mi giro verso al mio compagno di merende e con uno sguardo ci intendiamo e, mentre mi lancio all’inseguimento, sento la frase di conferma: ” Ci vediamo in cima”.

Passo la prima parte della salita attaccato al culo di questo fenomeno da baraccone sassone. Appena scorgo un cedimento metto su un rapporto più leggero ed inizia l’agonia. Prima di continuare devo fare una premessa: io mi reputo un ciclista per niente competitivo, però ci sono momenti dove la legge della strada prende il sopravvento:

“Due ciclisti è una gara, un ciclista è una crono”.

E cosí sono a 100 metri dalla cima, con il cuore che cerca una via di fuga dalla gabbia toracica, ma con lo zucchino alle spalle lontano.

In cima al passo, mentre mi mangio una barretta, guardo con un fare da sbruffone il povero tedesco sverniciato, e penso che a volte mi odierei a morte. Guardo con meno superiorità quel povero cristo di Richard lasciato da solo all’inizio della salita.
Fotina con il cartello, antivento, gel e si scende. Dopo i primi due tornanti si arriva al Belvedere, un albergo abbandonato stupendo, situato a 10 metri dal Ghiacciaio del Rodano. Un’altra meraviglia che lentamente svanisce.
Mentre percorriamo gli ultimi metri della discesa, notiamo due auto ferme a lato strada ed un signore per terra. Aguzzando meglio la vista, notiamo che il poverino è incosciente e sopra di lui c’è una ragazza che cerca disperatamente di risvegliarlo con un massaggio cardiaco. Avremmo potuto tirare dritto, avremmo potuto fare finta di niente, ma personalmente penso che dopo aver scelto un impiego nella sanità, ci siano degli obblighi: da qui non si scappa. Fresco di BLS, in un batter d’occhio ci sono io di fianco al signore con le mani dentro al suo torace; io, la ragazza bionda ed un motociclista tedesco. Si svolge tutto troppo in fretta, la telefonata alla REGA, le faccia emotionless del figlio, i cambi con la ragazza, i conteggi delle compressioni. 10 minuti eterni passati in un flash. Una volta arrivato l’elicottero lasciamo il signore inerme e cianotico in mano ai medici. Una gita con il figlio, un dolore al petto e l’accasciamento.
Riesco a guardare in faccia Richard solo a metà salita del Grimsel, siamo pallidi, senza parole, completamente bianchi nonostante lo sforzo fisico. Solo l’eterna discesa dell’altro versante del Grimsel riesce a farmi riprendere.

MADONNA, AMO LE DISCESE!!!

Altitudine in cima al passo: 2165m. Altitudine post discesa: 625m.
Oh Cazzo. Manca ancora un passo, il Sustenpass, questo a noi sconosciuto. Ma cosa vuoi che sia. Non sarà gran cosa. Allora, spinto dalla curiosità mentre aspetto quell’altro, tiro fuori il telefono e grazie alla tecnologia guardo l’altitudine del Susten…

…Ah! 2260m.

Siamo pronti, forse no, non siamo pronti, sarà un calvario, un’estrema agonia. Ma siamo qui per questo, no?
Inizia tutto con un lungo fondovalle; odio i fondovalle, li odio con tutto il mio cuore. Un falso piano eterno e senza fine, di solito controvento, ogni curva pensi che la strada si apra per meravigliarti con paesaggio lunare da alta montagna ma non è cosi, non finisce mai. Guard-rail,  alberi e sofferenza. Mi devo fermare, ho finito l’acqua, ho finito le ginocchia, i polpacci, ho finito il culo ma per fortuna sono finiti gli alberi. Siamo in alto. Manca poco. Mentre ricarico la borraccia ed ingoio un gel compreso di confezione Richard esclama: ” Da qui in poi, Manu, è tutto cuore.”
È con quel cuore che passiamo tornanti, gallerie, salite, lavori in corso. Per tornare alla macchina con un giro da 122km passando per tre passi e scalando 3500metri.
Mi spiace, penso che questo racconto non sia stato al livello di quelli precedenti. Non era travolgente e non era divertente. Probabilmente è scritto anche male. Ma dovevo sprecare queste 1500 parole per dirvi una cosa stupida e banale, l’avrete sentita mille volte.

Ti può abbandonare mentre passeggi con tuo figlio.
Ti si può spezzare per amore.
Ti si può bloccare quando vedi tuo padre per terra, esanime.
Ti può portare a scalare montagne.
Ti può battere all’impazzata per un amore, per una passione.

Che sia in senso fisico o emotivo rimane la cosa più importante.

Il Cuore.

 

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. chris ha detto:

    Lacrimuccia :’) aspettato troppo per questo articolo

    Mi piace

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