Frontaliers… Black Edition.

Rieccomi.
Svariati impegni mi hanno impedito di aggiornare il blog. Ci sono ancora, sono ancora vivo, parecchio ammaccato, ma vivo.
Oggi vi racconto una delle imprese più difficili, impegnative e stupide in cui mi sia mai buttato.

Tutto ha inizio un anno fa, quando mi viene passato un link su FB di un evento chiamato Frontaliers, organizzato da Max Bigandrews (scusami, uso il nome FB!). Questo evento sarebbe dovuto consistere in un giro imponente di 186km e 4901m di dislivello positivo – precisiamo l’1 metro finale, perché in un giro così non si regala niente! Subito la mia mente impulsiva si butta a capofitto nel mindset – madonna che termini seri – di voler partecipare. Richiamo la ciurma, Lorenzo sembra esserci, Cristiano anche. Ottimo ottimo, sembra andare tutto per il verso giusto.
Purtroppo, a un paio di mesi dall’evento, quest’ultimo viene cancellato. Provo una tristezza infinita e, siamo onesti, anche un po’ di sollievo: un giro così non è fattibilissimo.

Passano i giorni, le settimane e le stagioni, e chi se lo ricorda più… finché un giorno di gennaio riappare lo stesso giro, anzi, ci hanno buttato dentro una salita in più, giusto per non dimenticare niente. Mentre scelgo l’opzione “Partecipa” ho gli occhi lucidi dalla gioia e le ginocchia che fanno giacomo-giacomo dall’ansia. Potete immaginare le settimane seguenti: salite su salite di allenamento perché – per diamine – devo finirlo anche io sto cazzo di giro. Giorno dopo giorno, con la memoria da ottantenne inoltrato che mi ritrovo, continuo a uscire ad allenarmi dimenticandomi anche perché lo stia facendo, ma alla fine pedalo: non c’è bisogno di una buona ragione per farlo.

Few months later (immaginate un’inquadratura fissa su un oggetto inanimato, come un pc; ad un tratto un carrello indietro apre il quadro e compare una  persona visibilmente cambiata che interagisce con l’oggetto – IO,sono IO!)

(In effetti, preferirei che non si vedesse il mio attuale PC, un Sony Vaio ROSA PASTELLO ereditato dalla mia bella – non ditelo a nessuno PF)

Ormai è fine maggio e nel controllare la presenza di qualche evento in giro per Lugano, noto che, dagli eventi salvati, da lì a un paio di settimane dovrei partecipare a Frontaliers. Beh, nessun problema, l’allenamento non c’è, il ginocchio fuori uso invece c’è, e l’ignoranza c’è sempre. Ottimo. Ho tutti i requisiti per intramprendere questa avventura.

Telefono alla mano e parte il giro di messaggi. Chris… non può. Lorenzo… lavora. Tullio… non ha l’allenamento. E che cazzo. Ci andrò da solo, è un giro sulla frontiera Italo-Elvetica: non posso non presentarmi, sono le salite di casa mia! E poi alla peggio scappo a casa a metà giro. Shame on me.

La sera prima del giro faccio le cose per bene, preparo tutto, tutto, tutto nei minimi dettagli: barrette, gel, gommini di gel (cazzo che buoni), vestiti e tutto l’ambaradan necessario. Via 400g di gnocchi che Cracco levati – più carboloading di così non si può.  A letto alle 21:30, il giorno dopo la sveglia è alle 05:00 e alle 06:03 il treno per Como. Cazzo se è vero: a noi ciclisti piace soffrire e vivere male.

05:01: sono già in piedi, ho un ansia che manco per discutere la tesi.
Parte il rito: caffè, pane, burro e marmellata di castagne (l’essenza della felicità), mi vesto e parto. Arrivo al portone dello stabile e, orcoboia, ho dimenticato il Garmin – faccio notare, per chi non lo sapesse, che abito al 4° piano di un palazzo senza ascensore e con le scale in marmo; questo significa pavimento + tacchette look = pattinaggio artistico per 4 piani. Dopo un paio di double axe ci sono, ho tutto, si parte.

In stazione trovo gente che torna da notti brave e mi guarda pensando a quanto sia coglione, in giro in bici di sabato alle 06:00 del mattino. Come fai a non dargli torto.

Alle 06:50, dopo un’ora di adrenaline loading con i Touché Amore, arrivo al punto di ritrovo. Non conosco nessuno ma fa niente, mi presento a tutti: sono il più giovane e questo, a differenza del credo comune, non promette per niente bene: capello brizzolato nel ciclismo significa ti stacco in volata senza sudare. Faccio subito amicizia con Mauro e Antonio, uno corridore di CX con un cannondale orgasmico, l’altro due gambe che ti viene voglia di lasciare la bici e darti alle bocce.
Ci sono due percorsi disponibili, il RED ed il light. Quando bisogna farsi del male bisogna farlo bene, e non c’è altra scelta se non il RED. Dei ragazzi partono subito, ma io Mauro e Antonio ci beviamo un caffè e aspettiamo che arrivi altra gente. Partiamo in dodici circa. Prima salita, San Fermo della Battaglia, come un condottiero Mauro davanti a tutti dà il ritmo, ma a metà salita riamaniamo in cinque. Mauro e Antonio imperterriti sono davanti, questi ci vogliono male, ma tanto male; a questo ritmo ne faccio 15 di km. Salendo conosco Massimo e Mario, quelli che risulteranno due grandi compagni di avventura. In cima alla prima salita il secondo gruppo non si vede. Il ritmo non cala, però troviamo subito una bella intesa, i due fulmini davanti si fermano ogni tot ad aspettare noi tre. Questo anche perché Mauro è l’unico con la traccia GPS funzionante, a me segnala tutte le svolte al contrario…
Si parte con un saliscendi fino a Ronago, entriamo per la prima volta in territorio elvetico. Valico di Novazzano, la seconda volta in vita mia che passo da Novazzano ma vabbè, proseguiamo verso Rancate dove ci aspetta un’altra salita: quella di Besazio e Arzo. Nonostante il mio ritmo non sia per niente paragonabile a quello dei miei compagni di viaggio mi sento bene, sono gasato, giornata stupenda, compagnia spettacolare, sarà una giornata perfetta…
Dopo essere rientrati in EU, dopo qualche salita corta corta ci ritroviamo a Porto Ceresio, e se posso essere onesto io non ho più la minima idea di che strade stiamo facendo. Che bello il lago: è piatto,  ci si riposa un attimo; “riposo” anche perché il peggio deve ancora arrivare. Come previsto dalla traccia GPS a Brusimpiano svoltiamo per Ardena. Sono felice, sto percorrendo strade fatte e rifatte con gente completamente nuova ma disposta a fare gruppo. Si è creato un legame tra noi. Questo è il vero ciclismo: una passione che accomuna.

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Scalato Ardena, scendiamo da Viconago fino a Ponte Tresa, ci aspetta il Malcantone e qui GPS levati che io gioco in casa e non ce n’è per nessuno. Mi butto davanti e pieno di orgoglio guido tutti fino alla prossima sfida, fino alle prossime rampe. Ci siamo: Caslano-Novaggio, come al solito Antonio e Mauro non si vedono già più dopo il primo tornante. Questa la sento, la conosco bene, ma non mi è mai sembrata così dura. La soffro tutta. Arrivo per ultimo a Novaggio, e dopo Novaggio arrivo anche a  Breno, qui prendiamo la strada verso Cademario e Vernate; mostro le piccole chicche del nostro paesaggio ai compagni di salite. Incrociamo un ciclista per strada: è una figura mitologica, non un ciclista qualunque, alto 1,98m per 110 e rotti kg – mettiamola così: non proprio un piccolo hobbit – munito di doppio cerchio a flangia alta. Quest’uomo non è stato costruito per le salite: ma lui non lo sa e le affronta lo stesso.
Siamo al bivio della chiesetta, sarebbe una cappella ma “bivio della cappella” suona molto brutto e doloroso, e merda, qui la traccia GPS si sovrappone: decidiamo di scendere verso Vernate. Il GPS sembra assicurarci sulla retta via.

Ancora Mauro davanti che fa da guida, dopo aver passato l’aeroporto ed esserci buttati sulla tipica Agno-Morcote mi sorgono un po’ di dubbi: maaaaaaa… non avremmo dovuto fare la Penüdria?!
Ci si ferma a Figino per constatare che, ovviamente, avevamo toppato alla grande. E visto che siamo ciclisti e, come già detto in precedenza, ci piace penare, di comune decisione giriamo le bici e via, si torna indietro, lago-aeroporto tirata di Manno-Gravesano.

Qui inizio un nuovo paragrafo perché la salita Gravesano-Arosio lo merita tutto. Conosciuta come Penüdria, è una strada che in 3km presenta 20 tornanti con una pendenza massima del 22.5% e una pendenza media del 15%. Magari, per voi pochi non ciclisti, che state miracolosamente leggendo il mio blog, questi numeri non vogliono dire tanto; immaginate dunque di sollevare due casse d’acqua da terra: ecco, la sensazione è la stessa che si prova ad ogni pedalata a simili pendenze. E, ancora, perché non mi sono appassionato al modellismo?
Ognuno al suo ritmo, un tornante dopo l’altro, sono i 3 km più i lunghi sulla terra. Mentre salgo guardo in alto e non vedo più la strada: vuol dire che che ci siamo. Sorpasso un altra rampa e col cazzo che c’è la fine, ma ecco altri tornanti prima nascosti dagli alberi. Allora basta guardare in alto, mi fisso le ginocchia e non mi sorprenderei se prendessero  fuoco da un momento all’altro.

Incuriosito da un rumore di scorrere d’acqua alzo gli occhi, c’è una fontana con dentro Massimo per metà. Mi fermo e lui parte, incrociamo gli sguardi: non c’è bisogno di emettere suoni per capire le bestemmie dentro la testa di ognuno. Immergo la testa compresa di casco e occhiali nella fontana (in tutto il racconto mi sono dimenticato di accennare alla perfetta temperatura giornaliera di 35°C). Riempio la 273625283esima volta la borraccia e riparto. Quel giorno, su quella salita mi sono giocato ogni possibilità di poter entrare in paradiso: ai santi fischiano ancora le orecchie.

Cazzo, ce l’ho fatta. Sono ad Arosio. Il mio gruppo mi sta aspettando per la meritatissima pausa Coca-cola e barretta. Questa salita ti lascia uno shock post-traumatico a livellio Vietnam. Ammutoliti ripartiamo, la prima frase proviene da Mauro e descrive esattamente il momento: “Questa, prima, non me la ricordavo così dura”, riferendosi alla salita fatta in precedenza tra Breno ed il bivio della chiesetta. Maledetto quel bivio.

Si scende, Cademario-Bioggio, una delle mie discese preferite, sono di casa, la affronto a cannone, penso sia l’unico momento di tutto il giro dove prendo vantaggio sugli altri. In discesa…

Siamo sul lago. Sembrerebbe un deja-vu, da qui ci siamo già passati, i paesini scorrono come l’hanno fatto anche prima, Orino-Ghiera-Carabietta-Casoro-Figino ed il Garmin mi saluta con lo 0% di batteria. Sul lago il ritmo rallenta, possiamo permetterci qualche chiacchiera.

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Passato Morcote, vedo Mauro che mette fuori la mano per svoltare verso sinistra. Un quantitativo immane di bestemmie:  stavo dimenticando Carona o, come ribattezzata da Mario, Carogna. Non capisco, nonostante dopo Carona ci aspetti ancora la Val Mara, provo angoscia per questa salita. Magari perché la conosco come le mie tasche, ho passato più tempo con lei che con la mia ragazza (Marta, scusa).
È passato quasi un mese da questa avventura e non ricordo bene come è andata realmente su quelle rampe; sicuramente il mio inconscio ha rimosso gran parte delle memorie di Carona del 17 giugno, perché troppo cruenti da riportare a galla. Sono arrivato in cima senza fermarmi, questo lo so, perché è dove ho proposto il pit-stop ghiaccioli alla Migros di Paradiso.

Alla Migros entro con una voglia da donna gravida di ghiaccioli al the freddo, per poi scoprire che gli unici rimasti sono quelli alla frutta. Un incubo, questa giornata è diventata un incubo. Dopo aver prosciugato due ghiaccioli a cranio, partiamo a testa alta verso il destino che ci attende sulle rampe della Dogana. Sembra una pedalata solenne verso l’ultimo sacrificio.

Siamo ad un passo dalla fine, non mollerò mai, non adesso, ma Maroggia-Arogno mi spaventa più della dogana stessa. Mi ritrovo fermo un paio di volte a riprendere fiato appoggiato al guard-rail, e in quel momento mi ricordo perché non faccio mai quella strada. Nella fontana di Arogno paese, l’unica sulla strada e grossa come un lavandino del lego, cerco di immergerci l’immergibile. Via, cazzo, Rampe della Dogana non vi temo, ma in realtà mi sto cagando addosso. In cima, due gentilissimi agenti della finanza ci indicano la fontana vicino alla loro macchina: penso che per far sì che due finanzieri in servizio ci rivolgano la parola, abbiamo davvero un’aria miserabile.

Dopo aver aumentato esponenzialmente la bolletta dell’acqua del comune di Lanzo d’Intelvi, ripartiamo siamo sempre noi cinque, cazzo siamo inossidabili, siamo dei purosangue – con me in versione pony, visto che sono sempre ultimo. Siamo felici, è finita. Pedaliamo tranquilli fino all’inizio di San Fedele, e dopo una lieve discesa imbocchiamo una piccola stradina sulla destra. La piccola stradina, piccina picciò, firma la mia morte psicologica. Si presenta davanti a noi una rampa al 15%, la fine si intravede dopo una piccola parte di bosco; ma non è questa rampa che mi ferisce, che mi spegne, ma è lo scenario che mi aspetta dopo quella falsa fine. Ferma immobile, si staglia davanti a me una parete quasi verticale, con scolpita in diagonale una strada impennata fino alla cima, ad una pendenza che non mi ha fatto venire il latte alle ginocchia, ma le lacrime alle ginocchia sì. Lì su un sasso mi fermo, stremato, disorientato, non so più cosa fare. La mia mente vaga mentre ciuccio tutti i gel rimasti, sperando nel processo glucidico accelerato. Dopo cinque minuti buoni con i pensieri dispersi decido di provarci. In cima c’è un bivio, ci sono solo Massimo e Mario, Mauro e Antonio non si vedono e con loro è sparita la traccia GPS. Una strada scende, una sale. Noi, pensando all’assurdità di come è stato pianificato il percorso, decidiamo di salire: sale dolcemente un 6% costante, si, costante, ma per km…
Sulla cima un ristoro, Coca Cola prima di subito. Siamo ad Orimento, ottimo, che diavolo è Orimento? Non era nel piano di passare di qua, dobbiamo andare ad Erbonne. Chiediamo informazioni ad un signore che mi sembra un local  – due bicchieri di bianco vuoti, il terzo in mano, panza che straborda tra le bretelle e vuoi che uno così non sia della valle? –  e ci spiega che per scendere ad Erbonne c’è il sentiero e basta oppure si riscende e si fa il giro. E qui, nella dannatissima località di Orimento, avviene lo switch della tranquillità di Massimo: viene insultata ogni cosa con e  senza capacità respiratoria. Decidiamo di scendere da dove siamo saliti, ormai siamo rassegnati a tornare direttamente a Como e fanculo alla Frontaliers.

Alla deviazione incrociamo due ragazzi, anche loro impegnati in questa impresa. Hanno la traccia GPS: si offrono di aspettarci e di finire con noi. Dopo aver discusso bene sul da farsi, io, Massimo e Mario decidiamo che la chiudiamo e basta. Non abbiamo sofferto invano.

I due ragazzi ci guidano fino ad Erbonne. Durante questo tragitto ad ogni svolta dalle retrovie si sente Massimo mugugnare tra i denti “Guardate che se mi fate sbagliare strada ve le suono di santa ragione.” E, in risposta, la risata di Mario.

Erbonne-Scudellate, un ponte di legno: questo è il confine, la strada è un sentiero tracciato dai contrabbandieri anni addietro. Si procede con la bici in spalla. È l’ultima grande fatica: la strada che ci divide tra il fallimento e la gloria eterna.
Meeeenchia che pompata.

Tra Scudellate e Como prendo io il comando del gruppetto, passando in tutte le scorciatoie possibili di mia conoscenza, testa bassa davanti a tutti, tiro a più non posso: voglio solo andare a casa. Perdiamo i due ragazzi, arriviamo al bar: la fine.

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Ce l’abbiamo fatta. Un’avventura disumana.
Abbraccio Massimo e Mario, due grandissimi compagni di avventura, che grandi! Mauro e Antonio purtroppo sono già partiti, ma devo ringraziare anche loro, che ci hanno sempre aspettato – anche sull’ultima salita, anche se a causa del misunderstanding non ci siamo beccati.
Grazie a tutti e quattro, mi avete fatto passare una giornata indimenticabile, nel bene e soprattutto nel male. Il pazzo del CX e l’uomo dalle gambe da dio greco sono stati i più veloci della giornata, seguiti da noi tre, i tre che hanno trasformato la Red Edition in Black Edition con circa 220+km e 5000+m di dislivello.

Sono il più giovane che ha chiuso il giro.
Ma ora voglio solo andare a casa, spalmarmi sul divano e piangere tanto.

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Un commento Aggiungi il tuo

  1. chris ha detto:

    Mamma mia, invidio la tua resilienza e continua voglia di superarsi, eroe!

    Mi piace

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